In occasione dell’assemblea generale 2026 di Formazione dei Genitori CH, il professore Wassilis Kassis (Istituto Ricerca e Sviluppo, Alta Scuola Pedagogica FHNW) ha tenuto una conferenza sulla promozione della resilienza nella formazione dei genitori. Il suo messaggio centrale è chiaro: la resilienza non è né un tratto di personalità innato né una questione di semplice volontà, ma un processo dinamico che deve essere sviluppato in modo intenzionale, a livello individuale, familiare, scolastico e sociale. La promozione della resilienza è quindi una responsabilità collettiva, con l’obiettivo che le famiglie siano parte della soluzione e non del problema.
Cosa non è la resilienza
Il termine “resilienza” proviene dalla fisica e indica la capacità di un materiale di tornare allo stato iniziale dopo una sollecitazione. L’immagine del “pupazzo a molla” che si rialza sempre è stata a lungo trasferita agli esseri umani. Ed è proprio questa concezione che Kassis critica.
Se la resilienza viene interpretata come una semplice capacità individuale di “rialzarsi”, si finisce per aspettarsi che le persone superino le difficoltà con le proprie forze, secondo il motto: “ciò che non mi uccide mi rende più forte”. Tuttavia, le ricerche di Kassis su un ampio campione internazionale di adolescenti che hanno vissuto violenze familiari, non mostrano alcuna prova che tali esperienze li abbiano resi più forti, anzi. Attribuire la resilienza unicamente alla volontà individuale equivale a praticare una forma di “colpevolizzazione della vittima”, trasferendo sugli interessati la responsabilità di affrontare le difficoltà. I successi di pochi diventano così un’aspettativa per tutti.
La resilienza come processo dinamico
Secondo Kassis, una concezione moderna della resilienza si basa su quattro principi:
- È evolutiva
La resilienza è un processo dinamico di adattamento, che può essere appreso ma anche perso. - Va oltre la personalità
Anche fattori culturali, sociali, fisici e societali svolgono un ruolo importante. - Si costruisce nell’interazione con l’ambiente
Determinante è lo scambio reciproco tra l’individuo e il suo contesto. - Richiede di considerare insieme rischi e fattori di protezione
Lavorare solo sui punti di forza non è sufficiente.
Su quest’ultimo aspetto, Kassis insiste in modo particolare. Usa l’immagine di un secchio pieno di buchi: si può continuare a versare acqua senza mai riempirlo, se i buchi non vengono chiusi. Prima di rafforzare le risorse, è spesso necessario ridurre i rischi. Altrimenti, la promozione della resilienza diventa inefficace, se non addirittura cinica.
Pestalozzi come riferimento
Kassis si rifà al pensiero di Johann Heinrich Pestalozzi (1746–1827), non come figura simbolica, ma per l’attualità delle sue idee. Già nel 1797 Pestalozzi scriveva: “Le circostanze plasmano l’essere umano. Ma l’essere umano plasma anche le circostanze; possiede in sé una forza che può orientare secondo la propria volontà”.
Per Kassis, questo è il punto essenziale: l’essere umano è al contempo plasmato dall’ambiente e capace di agire su di esso. La resilienza non è quindi né puro destino né pura autodeterminazione, ma – con le parole di Pestalozzi – una “mescolanza di caso e libertà”. La quota di libertà dipende però fortemente dalle condizioni di vita: dal paese, dal cantone, dal comune e dall’accesso a servizi di cura disponibili e accessibili.
La resilienza non nasce dall’osservazione: tre strategie di adattamento
La resilienza non si sviluppa spontaneamente. Richiede un coinvolgimento attivo e la partecipazione di diversi attori. Kassis distingue tre strategie complementari:
- Far fronte (coping): gestire una difficoltà immediata.
- Adattamento (Adjustment): apprendere dalle esperienze passate e prepararsi alle sfide future.
- Trasformazione (transformative capacity): modificare in modo duraturo le strutture per ridurre i fattori di rischio.
Un esempio può essere una famiglia sotto pressione a causa dei problemi psichici di un genitore:
- Il coping significa offrire un sostegno immediato per rendere sostenibile la vita quotidiana.
- L’adattamento implica costruire routine stabili e una rete di supporto.
- La trasformazione mira a rendere disponibili e accessibili servizi di sostegno che riducano le cause profonde delle difficoltà.
Queste tre strategie sono tutte necessarie e devono agire insieme.
Kassis definisce questo lavoro un “lavoro molto impegnativo”. Un corso per genitori, un colloquio o un insegnante comprensivo non bastano. L’efficacia deriva dalla continuità e da un accompagnamento nel tempo, anche in presenza di ricadute. Non esiste una soluzione universale: le misure devono essere adattate a ogni bambino, a ogni famiglia e a ogni situazione.
La violenza familiare: un fenomeno centrale nella società
Kassis si concentra sulla violenza familiare perché la resilienza diventa particolarmente rilevante in presenza di forti stress, e perché tali violenze sono tra le più gravi e diffuse.
Le sue ricerche su circa 2.000 adolescenti mostrano che:
- il 25–27% ha subito violenze fisiche da parte dei genitori,
- il 12–14% ha assistito a violenze tra i genitori.
In altre parole, in ogni classe ci sono diversi bambini coinvolti.
Kassis sottolinea inoltre che si tratta di un fenomeno sociale ampiamente diffuso e non di un problema legato all’origine o alla migrazione. Il contesto migratorio spiega statisticamente solo circa l’1,7% delle differenze osservate. In parole povere: il fatto che una famiglia provenga dall’immigrazione non dice praticamente nulla sulla presenza o meno di violenze al suo interno. Le ragioni determinanti vanno ricercate altrove. La violenza domestica ha origine nel cuore stesso della società, anche in Svizzera. Queste conclusioni concordano con dati recenti, quali l’aumento segnalato dei casi confermati di maltrattamento infantile presso l’ospedale pediatrico di Zurigo e l’incremento della violenza domestica nelle statistiche penali federali.
Anche l'andamento nel tempo che Kassis ricava dai suoi dati longitudinali è deludente: la resilienza che si osserva oggi non perdura senza un sostegno mirato. Dopo due anni, solo circa un terzo dei giovani inizialmente considerati resilienti lo rimane. Un trauma sociale richiede quindi un sostegno a lungo termine, non scompare da solo.
A ciò si aggiunge una lettura critica che Kassis adotta deliberatamente: la resilienza viene spesso presentata come un successo. In realtà, tra i giovani che hanno subito violenze, solo circa uno su sei dimostra resilienza in un determinato momento, mentre circa l’85% continua a subire una pressione considerevole. Coloro che celebrano la resilienza come una buona notizia tendono a trascurare questa maggioranza. È proprio per questo motivo che Kassis sostiene la necessità di una presa di coscienza della realtà piuttosto che di un ottimismo edulcorato incentrato sulla resilienza.
Cosa funziona: fattori di protezione concreti
Non esiste un fattore universale di resilienza. I fattori protettivi dipendono sempre dalla situazione specifica. Nel caso della violenza familiare, Kassis individua tre leve principali:
- Ridurre i rischi
Finché gli episodi di violenza si ripetono più volte alla settimana, nessun fattore protettivo può compensarne gli effetti. Occorre innanzitutto ridurre tali episodi di violenza. - Formare i genitori
I corsi sulle pratiche educative possono avere effetti positivi e contribuire a modificare i comportamenti dei genitori. - Valorizzare la scuola
Gli insegnanti che accolgono con favore questi bambini nonostante i loro sintomi e un clima di classe inclusivo costituiscono importanti fattori protettivi. Al contrario, l’esclusione sociale è uno dei fattori più dannosi per lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti.
Kassis evidenzia anche una distribuzione paradossale delle offerte di prevenzione, spesso concentrate dove si presume una maggiore presenza di famiglie migranti, mentre altrove scarseggiano. Le offerte dovrebbero basarsi sui bisogni reali e non sui pregiudizi.
Conseguenze per la formazione dei genitori
Dalla conferenza emergono diversi principi:
- Prendere sul serio i rischi prima di potenziare le risorse.
Quando le difficoltà sono significative, occorre innanzitutto ridurle. Altrimenti, il lavoro sui punti di forza rimane inefficace. - Privilegiare un approccio specifico piuttosto che generale.
Adattare le offerte a ogni famiglia, a ogni bambino e a ogni situazione concreta. - Non presentare la resilienza come un successo.
Uno sguardo lucido sulla maggioranza, che rimane sotto pressione, permette di evitare un ottimismo prematuro. - Non lasciare i genitori da soli.
L’educazione è considerata dalla società una questione privata, ma allo stesso tempo riveste un’importanza pubblica fondamentale. La responsabilità ricade congiuntamente sui genitori, sulle scuole, sulle strutture di accoglienza, sulla politica familiare e sui servizi di sostegno genitoriale. - Combattere i pregiudizi grazie ai dati scientifici.
La violenza domestica non è un fenomeno legato all’origine, ma un fenomeno sociale. I servizi offerti devono adattarsi alle esigenze reali. - Perseverare.
La resilienza richiede un accompagnamento continuo. Le misure puntuali non sono sufficienti.
Conclusione
La resilienza non è automatica né semplice. Non può essere imposta e non si mantiene da sola. Richiede sia perseveranza nel lavoro quotidiano con le famiglie sia il coraggio di cambiare le condizioni sociali.
Come riassume Kassis: servono azioni pedagogiche discrete ma durature, insieme a impegni sociopolitici costanti e visibili, affinché le famiglie possano diventare parte della soluzione e non del problema.
Questo contributo si basa sulla conferenza del Prof. Dr. Wassilis Kassis durante l’assemblea generale di Formazione dei Genitori CH del 26 marzo 2026. La redazione e la revisione editoriale sono state curate da Daniela Melone con l’impiego di strumenti basati sull’intelligenza artificiale.
